Home // Blog // RECENSIONE WARCHESS 1 VOTO: 6/10

TRANSLATIONVERSE- RECENSIONE WARCHESS 1- LA MOSSA DEL DRAGO

Premessa: Mi trovo, per la prima volta, a recensire un libro dietro specifica richiesta. Siccome ritengo che la sincerità ripaghi sempre e comunque, la presente recensione riporterà fedelmente quelli che sono i miei pensieri sul libro in oggetto.

La sinossi ufficiale:

È l’ultimo giorno di scuola per Mike, gli studenti si trovano fuori nel parcheggio quando un forte lampo fa svenire tutti tranne lui. Viene attaccato dagli Shofen che si cibano di anime umane finché non viene salvato da due Black Jack armati di pistole e spada. Da quel momento la vita di Mike cambierà. Incontrerà Cavalieri, glover, fantasmi, elfi, demoni ma ogni inganno è nascosto dietro un altro inganno e arriverà a chiedersi se è lui a decidere il suo destino o fa tutto parte di una partita a scacchi di cui è solo una pedina.

Warchess – La mossa del drago si mantiene fedele a quelli che sono i comuni denominatori del genere high fantasy: la nascita di un eroe (ove per “nascita” si intende il passaggio da Mr. Nessuno a Colui Che È Destinato A Salvare Il Mondo), il tema del viaggio, un platonico e travagliato rapporto d’amore, l’evil overlord con propositi di onnipotenza e in guerra contro la collettività animata da saldi princìpi morali, un linguaggio inventato omaggio al Sindarin e al Quenya di papà Tolkien e, come caratteristico elemento fantasy, un mondo dalle sfumature oniriche che accorpa magia, mistero e creature mitologiche.

Purtroppo, per me che son cresciuta a pane e fantasy, ha un che di scontato. Warchess – La mossa del drago soffre, secondo me, dello stesso male che da qualche tempo sta piagando (quasi) tutto il genere fantasy moderno: che si prenda fra le mani Sitael, o Eragon, o Gli eroi del crepuscolo, o i racconti di Shannara, le opere sembrano statuine plasmate con il medesimo stampino e successivamente rifinite con lo scalpello personale in modo che si possa definirle originali.

Nonostante Warchess metta parecchia carne sul fuoco, offre ben poche innovazioni a un genere già parecchio inflazionato e anche il meno prevedibile dei colpi di scena viene sminuito e sotterrato da una valanga di clichè strabusati, tanto che nemmeno la sorpresa finale soffia una ventata di novità sufficiente a spazzare via l’aria stantia.

Alle creature fantasy più convenzionali razziate dalla letteratura nordica, in Warchess ne sono state affiancate tante altre appartenenti a culture estranee o concepite dalla fantasia di John D. Smith stesso. Son tante le entità che si sono conquistate almeno un paragrafetto. S’è trovato spazio pure per i lupi mannari, gli einherjar, i guerrieri prescelti di Odino, e l’Uomo Nero che, per decenni, ha guarito l’insonnia delle piccole menti! E le glover, e i Black Jack, e i Red Jack… Si nota lo sforzo dell’autore di creare qualcosa di originale, ma trovo che il troppo abbia stroppiato. La sensazione è quella di una minestra riscaldata e poi insaporita da un’insolita quanto eterogenea combinazione di ingredienti che stentano a legare fra di loro, come acqua e olio senza l’uovo come emulsionante.

Ecco, vedetela come una ricetta: alla pastasciutta si può aggiungere l’olio, i sottaceti, il peperoncino, qualche pezzetto di tonno al naturale, un paio di scaglie di grana padano, zucchine grigliate, di tutto un po’… insomma, si può seppellire la pastasciutta sotto a un cumulo di condimenti. Se i legami tra questi sono forzati, però, tanto vale offrire un semplice piatto di pasta in bianco, che magari risulta meno indigesto – perché credo che ci sia qualcosa da sistemare se al lettore viene imposta la rilettura di un paragrafo per dare un senso al suo contenuto.

Lo stile, i punti di vista e la gestione dei tempi narrativi:

Lo stile di John D. Smith è a tratti poetico, a tratti pigro. Si presta molto bene alle descrizioni statiche, un po’ meno a quelle dinamiche. Riesce, insomma, a proiettare, nella mente del lettore, la ricchezza tutta naturale, immobile ed eterea di un mondo immaginario, ma allo stesso tempo scade nel più completo letargo linguistico quando si propone di ritrarre qualcosa in movimento, spesso suscitando la confusione del lettore che trotta per tenere il passo con gli avvenimenti. Una cifra stilistica acerba, ma che ha tutte le potenzialità per riscattarsi con un’adeguata preparazione teorica (che si acquisisce sui manuali di scrittura, non è congenita alla nascita).

Lo stile di John D. Smith casca male soprattutto perché associato al fantasy, genere che per le sue qualità richiede un’alta precisione nei dettagli. Se io dico “Ho visto un ippopotamo!”, la nostra immaginazione fa presto a riempire i vuoti e delineare una figura con i ricordi delle nostre esperienze. Tutti, chi dal vivo o in foto, hanno visto un ippopotamo e ne sanno disegnare i tratti a mente. Lo stesso non si può dire di una creatura inventata di sana pianta dall’autore. “Ho visto un esemplare di austrafolo! Ha occhi rossi e una bocca grande.” E… in sostanza, com’è fatto? Il fantasy, più di qualunque altro genere, ha bisogno di tante cose mostrate (e mostrate al meglio). Anche la sospensione dell’incredulità del lettore ha i propri limiti.

Due citazioni emblematiche:

Everest e la belva s’incontrarono a metà strada, era arrivata appena in tempo.

Lei provò a colpirla ma bloccò l’attacco.

[…]

Dopo un paio di colpi andati a vuoto, perse il controllo. Gli attacchi diventarono più potenti e i movimenti più veloci.

Everest rispondeva bene, schivando e fermando ogni affondo.

Problema 1: confusione. Everest è un personaggio femminile. La bestia è sostantivo femminile. Chi colpisce e chi blocca l’attacco? Non si capisce, e non è l’unico caso.

Problema 2: è tutto raccontato. L’ho già introdotto in altre sedi, ma lo ripeto qui: se il lettore non ha dettagli concreti cui aggrapparsi, il testo non fa presa e si spreca inchiostro per parlare di fuffa. Col raccontato non c’è margine di immedesimazione, la narrazione è poco incisiva e non permane nella memoria.

Lei provò a colpirla ma bloccò l’attacco.

Poniamo che “lei” sia Everest: Everest colpisce la bestia. Dove la colpisce, e con cosa? Può colpirla con una spada. Allora potrà mirare al polpaccio, ferendo col filo della lama, o slanciarsi col busto in avanti e tentare un affondo di punta, mirando al cuore. Con troppe variabili da immaginare, ogni lettore finisce per figurarsi la scena a proprio modo. Posto che c’è sempre uno scarto di differenza da lettore a lettore, perché l’immaginazione di ciascuno di noi funziona in modo diverso (c’è chi si concentra sul senso della vista, chi sull’olfatto…), il compito dell’autore è quello di essere il più preciso possibile per evitare nebbie stilistiche.

Bloccò l’attacco. Come, e con cosa? E via che riparte il cerchio.

Altra nota di biasimo: la grammatica. Non si è scrittori se prima non si è lettori, e la conoscenza della lingua è un must su cui non transigo e su cui l’autore stesso non dovrebbe transigere. Scendere a compromessi con un’ortografia e una sintassi esitanti trasforma perfino la più brillante e originale delle trame in un percorso a ostacoli.

È vero che il mercato degli autopubblicati non dispone di editor di professione pronti a lodare e stroncare all’occorrenza, ma il processo di betaggio casereccio è sufficiente per stanare le incongruenze di trama e gli errori grammaticali più critici. Il beta-reader, che può essere anche un amico o un famigliare dall’occhio attento e senza tanti peli sulla lingua, è fondamentale.

Si rischia, altrimenti, di incappare in incoerenze di questo tipo:

Tess si affiancò a lui. «Qui non ci sono animali, l’aria di Anissa non è adatta per loro. Solo due specie riescono a sopportarla: i Sidri delle Montagne Rosse, anche se ormai si stanno estinguendo, e le Salamandre di Vulcania.»

E, poche pagine dopo:

A quel punto tutto sparì, della nebbia nessuna traccia, intorno a lui solo alberi. E un gufo che si puliva un’ala con il becco.

Nulla che un buon beta non riesca a correggere. “Un’eco leggero”, “un incudine”, “affianco” al posto di a fianco… tutti errori evitabili, ma che hanno un peso nel giudizio del lettore.

Qui possiamo collegarci alla gestione dei tempi narrativi.

Si alzarono dalla tavola e uscirono dalla porta ringraziando Ivory.

«Eddy, ho visto che stavi guardando un libro vicino alla libreria. Di cosa si trattava?»

L’elfo mentì. «Un vecchio libro di piante. Eccoci, siamo arrivati.»

In certe occasioni, la dinamica si sviluppa così in fretta che sembra che, più che spostarsi a piedi, i personaggi si teletrasportino. Sono tanti i luoghi menzionati e scarse le coordinate: molti romanzi fantasy fanno un uso meno sporadico della geografia e allegano comunque una mappa per agevolare l’orientamento del lettore. Non qui, però. Tanti personaggi moltiplicati per tante località: la curva di apprendimento ricorda il profilo di un fiordo norvegese.

In ultimo, i punti di vista. Martin è maestro di caratterizzazione e considero la sua scelta (quella di alternare i vari POV capitolo dopo capitolo) piuttosto azzardata. Ma mi piace, e parecchio, anche, perché ha una propria coerenza nell’arco dell’intera serie e non si tradisce inserendo POV, che so, di Joffrey nel cuore di un capitolo dedicato a Sansa.

Ecco, non tutti hanno le capacità per gestire punti di vista con divisioni nette per capitoli. Figurarsi cambiare il POV nello stesso paragrafo. Questa cosa non s’ha da fare!

In definitiva…

Warchess – La mossa del drago è un romanzo fantasy che fallisce il tentativo di sorprendere il lettore a causa dei troppi cliché di genere, ma vale comunque il tempo di una lettura, se non altro per le piccole perle poetiche sparse qua e là fra le sue pagine.

6 (7 se non avete ancora sviluppato un’allergia ai cliché del fantasy)

Di seguito i link:

http://translationverse.blogspot.it/

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